Ora si vede la prosecuzione del "sentiero", sui verdi là sotto. Ma, per arrivarci, c'è da superare una bella traversata vegeto-minerale con elevata esposizione sui ripidi sottostanti. Anche qui, passaggi in disarrampicata di I, I superiore su terreno infido ed esposto.

- Prosegue in traversata
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Un altro tratto in cresta (stretta, attenzione!) e si arriva al cambio di versante. Traversando su una esile cengia, occorre guadagnare quel forcellino (bolli), quindi scavalcarlo in arrampicata (esposto) per calarsi dalla parte opposta.

- La forcelletta: esposto cambio di versante
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Qui inizia una ripida (ma non difficile, se paragonata ai punti precedenti) discesa su friabile e terra che porta a perdere rapidamente quota fino ad arrivare sopra a uno stretto e profondo intaglio. Ancora passi in disarrampicata su roccia esposta per raggiungerne l'intaglio e ci si cala su una piccola forcella dove c'è il contenitore per il libro di vetta, ma senza il libro.
Oibò! Peccato. Non lo faccio quasi mai, ma questa volta avrei scritto volentieri il mio nome fra i percorritori di questa via e sarei stato anche piuttosto curioso di sapere quanto spesso viene percorsa...

Nonostante la presenza del libro che non c'è, la via è tutt'altro che finita.
Dalla forcella bisogna scendere nel canale che concluderà la discesa. Questo si presenta come uno stretto budello terroso, chiuso fra pareti di roccia e ingombro di detriti. Un vero e proprio "toboga". Non oso immaginare in cosa si trasformi questo luogo in caso di pioggia.
Si scende in opposizione con le ravvicinate pareti.

- L'inizio del canale
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Pian piano si passa dal "toboga" terroso a un più largo canale con il fondo pieno di grossi massi e detrito. E' già meglio, ma ora occorre fare molta, molta attenzione a dove si mettono i piedi, che di stabile qui c'è assai poco e la traccia è assente.
Man mano che si scende, il canale si allarga e si ripulisce, fino ad arrivare a camminare su un fondo di roccia compatta che, seppur levigata dall'azione dell'acqua e del tempo, dà un'ottima aderenza, basta crederci

.
Appoggi e appigli si fan piccoli piccoli ma bisogna pur fidarsi per superare qualche ripido salto che si incontra ogni tanto.
Qui occorre fare molta attenzione (...qui...

) in quanto il canale ora si è fatto ripido assai, e bisogna evitare di arrivare in fondo troppo in fretta

L'occhio scappa avanti ben più veloce del piede e la mente lo segue, è inevitabile. Così com'è inevitabile pensare a cosa potrebbe arrivare giù ad ogni istante dalle incombenti, alte pareti che ci sovrastano.
Qui ci fan compagnia le sensazioni che in questi luoghi selvaggi la fanno da padrone. Il suono del silenzio, il senso di isolamento, il sentirsi piccoli piccoli rispetto alla Montagna, il capire anche di essere "temporanei". Insignificanti frazioni del tempo infinito che la Montagna rappresenta.
Ciò può farci sentire inadeguati, annichiliti dentro una cosa più grande di noi, ma queste sono le emozioni che ci regalano questi itinerari. Emozioni "vere", ulteriormente esasperate dalla "solitaria".
E non c'è attrezzatura che tenga: solo l'esperienza e la saldezza mentale, qui, hanno un valore.

- Lungo il canale
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Il canale finisce con una piccola sorpresina. Ma la vista della traccia giù sotto e la quasi-certezza che probabilmente questa è l'ultima difficoltà da superare, aiutano a passare anche questo.

- La fine del canale. Sorpresa!
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Usciti dal canale - e qui è opportuno sfogarsi con un bel "finalmente!" - ci si ritrova su una traccia "normale" che passa a fianco di una grotta. Il posto ha tutta l'aria di essere stato usato come acquartieramento militare. La conferma viene dal tratto successivo, strappato a una foresta di mughi che ci danno un "caldo" benvenuto. Ci si allontana sempre più dalla Creta di Pricot attraversando una trincea di guerra dopo l'altra. Anche qui, in questo tratto che possiamo oramai considerare "normale", il sentiero presenta comunque qualche salto di roccia qua e là, e si avvicina spesso al precipite bordo, anche se questo resta quasi sempre nascosto dai mughi.
Un ultimo "passaggetto" esposto sopra un canalone, giusto per ricordarci un'ultima volta di che pasta è fatto questo itinerario, e si arriva infine alla Sella della Pridola.
Ora per me è solo discesa lungo il comodo sentiero 433, fino alla Baita Winkel e da questa all'auto.
Qualche nota e considerazione personale sul percorso.
Facile fino alla cima del Monte Cavallo. Più difficile la digressione da forcella Contin alla Torre Clampil e ritorno.
La prosecuzione lungo la Creta di Pricot fino alla Sella della Pridola lungo l'Alta Via CAI Pontebba è bellissima e si svolge in ambiente molto selvaggio, e la consiglio agli amanti del genere (e che sono in grado di farla, ovviamente

).
La segnatura è presente lungo tutto il percorso. Buona fino alla cima del Cavallo, poi più rada, sbiadita e a volte "da interpretare" lungo l'Alta Via.
Totale assenza di attrezzature di qualunque genere lungo la Ostgrat: non ci sono cavi, fittoni, chiodi o altre diavolerie. Solo noi e la Montagna.
Consiglio caldamente la percorrenza in senso inverso rispetto a quanto fatto da me, in modo da trovarsi il canalone e la Ostgrat in salita (più "facile"). Dopo di questi, la discesa per la ferrata Contin può essere considerata quasi una formalità.
Pur non presentando soverchie difficoltà "tecniche", l'impegno psicologico in relazione all'ambiente richiesto da questo itinerario non va assolutamente sottovalutato.
Ci si trova a percorrere zone selvagge, isolate e dirupate dove ogni piccolo errore può essere fatale. Il farlo in solitaria e senza conoscenza preventiva del percorso, amplifica ulteriormente le sensazioni e richiede elevata concentrazione e saldezza mentale per tanto, tanto tempo.
Un itinerario da percorrere solo se seriamente motivati ed allenati.
Dimentico qualcosa ?
Ah, si, ovvio... Passo sicuro e assenza di vertigini

Alla prossima,
dokkodo